Modernismo, Democrazia Cristiana e una fede diventata metodo


Ci sono libri che non ti dicono “come stanno le cose”, ma ti aiutano a capire perché certe cose sono andate come sono andate. 
Modernismo e Democrazia Cristiana di Gaudenzio Pierantozzi è uno di questi. Non aggiunge slogan: rimette ordine.

In un post precedente su Joseph Ratzinger mi ero soffermato su un punto che ritorna spesso nel suo pensiero: il cristianesimo non è una religione tra le altre, ma una pretesa di verità che riguarda il reale. Non nasce come etica condivisibile, ma come evento che giudica la storia. Quando questa pretesa viene attenuata, il cristianesimo non diventa più “dialogante”: diventa semplicemente irrilevante.

Il libro di Pierantozzi offre una chiave storica molto concreta per capire come questa attenuazione sia avvenuta, soprattutto in Italia.

La tesi è netta: il modernismo condannato da san Pio X con la Pascendi Dominici Gregis (1907) non è mai davvero scomparso. La Pascendi non condannava singole opinioni marginali, ma un impianto complessivo: l’idea che la fede non abbia un contenuto oggettivo e stabile, ma sia il prodotto dell’esperienza religiosa dell’uomo, storicamente mutevole. Detto brutalmente: non è Dio che parla all’uomo, è l’uomo che rielabora il divino.

Dopo quella condanna, il modernismo non poteva più sopravvivere apertamente sul piano teologico. Ma non per questo è morto. Ha cambiato terreno. Si è spostato dalla dottrina alla prassi, dal che cosa crediamo al come stiamo nel mondo. È diventato metodo, stile, atteggiamento. È qui che entra in gioco la politica.

Secondo Pierantozzi, la Democrazia Cristiana è stata il luogo storico in cui questa mutazione ha trovato piena realizzazione. Non tanto un partito “di cattolici”, quanto uno strumento per rendere il cattolicesimo compatibile con la modernità politica. La fede non veniva negata, ma progressivamente ridotta a fattore etico-sociale. Non più criterio di giudizio della storia, ma risorsa da spendere nella mediazione.

Qui emerge quello che si potrebbe chiamare dialoghismo. Non il dialogo autentico — che presuppone una verità posseduta e quindi comunicabile — ma un dialogo inteso come valore in sé, indipendente dalla verità. Nel dialoghismo la priorità non è più dire ciò che è, ma non creare conflitti. La verità viene percepita come un ostacolo, non come un dono.

Il problema è che il tavolo del dialogo non è mai neutro. Quando la fede rinuncia preventivamente a giudicare il reale, qualcun altro lo farà al posto suo. E quel qualcun altro non ha nulla da perdere sul piano soprannaturale. Così, lentamente ma coerentemente, il cattolicesimo democratico si è trovato a inseguire l’ideologia dominante del tempo: prima il compromesso, poi il progressismo etico, infine l’assorbimento culturale. La successiva confluenza di gran parte del mondo democristiano nell’area post-comunista non appare più come un tradimento improvviso, ma come l’esito logico di un percorso.

La Chiesa, come Corpo di Cristo, resta indefettibile. Questo non è in discussione. Ma la sua azione storica, il suo governo, la sua capacità di formare coscienze possono indebolirsi gravemente. Quando la fede diventa soprattutto strumento di convivenza, smette di convertire il mondo e inizia a farsi convertire da esso. Il Vangelo resta sullo sfondo, come cornice morale, mentre le decisioni reali vengono prese altrove.

Qui, credo, sta la domanda che il libro di Pierantozzi lascia aperta a noi cattolici di oggi. Non è una domanda nostalgica, né politica in senso stretto. È una domanda spirituale e intellettuale insieme: crediamo davvero che il cristianesimo sia vero, o solo utile? Siamo disposti a pagare il prezzo della verità, oppure cerchiamo solo di renderla compatibile con l’aria del tempo?

Forse il risveglio passa da cose meno spettacolari di quanto si pensi: tornare a studiare, a distinguere, a chiamare le cose con il loro nome; accettare il conflitto quando è inevitabile; smettere di confondere la carità con la rinuncia al giudizio; ricordarsi che il cristianesimo non nasce per “funzionare” nel mondo, ma per salvarlo.

Il libro di Pierantozzi non offre soluzioni, ma aiuta a non raccontarsi favole. E oggi, per un cattolico, è già molto.

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